Il bacio della morte di Trump ai "Patrioti" europei?
Buongiorno! Siamo David Carretta, Christian Spillmann e Oliver Grimm, gli autori del Mattinale Europeo.
L’analisi del giorno, che porta la firma di Christian, è dedicata a Donald Trump e al suo sostegno per i “Patrioti” di Orban, Le Pen & Co.: sarà il bacio della morte, nel momento in cui il presidente americano cerca di usarli per smantellare un’Ue a cui gli europei si aggrappano?
Nelle brevi ci occupiamo del Consiglio europeo che si apre domani, considerato “decisivo” per l’Ucraina. Un accordo sull’uso degli attivi sovrani russi ancora non c’è. Il Mercosur potrebbe diventare un tema esplosivo. La Commissione ieri ha annunciato formalmente la marcia indietro sulle auto con motore a combustione: non saranno più vietate dal 2035, ma il costo è un’incertezza che non aiuterà gli investimenti nelle tecnologie del futuro.
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Il bacio della morte di Trump ai Patrioti europei?
Di Christian Spillmann
Come il quartiere europeo a Bruxelles, l’Europa è un cantiere permanente. L’Unione europea è incompiuta, imperfetta e fragile. Si è dotata di strumenti per difendersi, ma senza una guida, i suoi membri rifiutano di usarli, per paura o per calcolo. Queste vulnerabilità rendono l’Ue una preda per le grandi potenze. L’americano Donald Trump ha scelto il lato oscuro e dichiara apertamente di voler smembrare l’Unione europea. Ma il suo sostegno ai “Patrioti” europei potrebbe rivelarsi il bacio della morte per questi partiti euroscettici: gli europei sono attaccati alla loro Unione, rifiutano di abbandonarla e si stanno unendo per contrastare gli “utili idioti” del Donald americano.
Le prossime grandi consultazioni elettorali nei paesi dell’Ue — le legislative in Ungheria nel 2026, le presidenziali in Francia nel 2027, le legislative in Polonia e Spagna nello stesso anno — saranno una scelta: per o contro l’Unione Europea. I dibattiti nazionali stanno già prendendo questa direzione. In Francia, i leader del Rassemblement National (RN) sono messi alle strette sulle loro posizioni filorusse e filo-Trump. Vladimir Putin e Donald Trump sono determinati a distruggere l’Ue e a ridurre i suoi Stati membri a vassalli. Eppure, solo un quarto degli elettori del RN vede in Trump un “amico dell’Europa”, mentre il 59 per cento è favorevole all’uscita della Francia dall’Ue, secondo un sondaggio pubblicato il 12 dicembre da Le Grand Continent.
Trump ha adottato una Strategia di sicurezza nazionale che definisce l’Ue come una “minaccia per gli interessi americani: un super-Stato unificatore”, come sottolinea il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius. Il presidente americano non nasconde più il suo disprezzo per l’Europa, un continente che conosce poco, nonostante le origini tedesche del padre e quelle scozzesi della madre.
Pieno di pregiudizi e ignoranza, Trump accusa le istituzioni europee di essere state create per “truffare gli americani”. Descrive l’Europa come un continente in declino economico, minacciato da un collasso di civilizzazione, e mostra scarso rispetto per i suoi leader, giudicati “deboli”, a capo di “governi minoritari instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione”.
Con queste dichiarazioni, Trump parla ai suoi sostenitori MAGA, per i quali l’Europa è lontana. A volte le sue affermazioni rasentano l’assurdità, come quando ha dichiarato in un comizio: “Il vostro presidente potrebbe benissimo essere il leader delle nazioni europee. Ci rispettano come mai prima d’ora”. Ma le intenzioni sono pericolose. Una prima bozza della strategia di sicurezza americana rivela che gli Stati Uniti vogliono “estrarre” quattro paesi dell’Ue: Ungheria, Italia, Polonia e Austria.
Trump apprezza la premiere italiana Giorgia Meloni, ideologicamente vicina al vicepresidente JD Vance, e gradisce la servilità del primo ministro ungherese Viktor Orbán, che si è recato a Washington a mendicare sostegno politico e finanziario per le elezioni legislative del 2026 in cambio di un allineamento incondizionato. La Polonia è più complicata: sebbene il presidente Karol Nawrocki sia un alleato di Trump, il potere è nelle mani del primo ministro Donald Tusk, un convinto pro-europeo. Il sostegno ai suoi avversari del partito Diritto e Giustizia (PiS) mira a sconfiggere il “Donald” polacco. L’interesse per l’Austria è meno chiaro, ma il suo disegno ha scosso il paese.
I fatti danno in parte ragione al presidente americano. I leader delle istituzioni dell’Ue sono “inesistenti”. Il tandem franco-tedesco è debole: Emmanuel Macron è odiato dai suoi connazionali e il cancelliere tedesco Friedrich Merz è impopolare. Il terzo pilastro dell’E3, il britannico Keir Starmer, è ai minimi nei sondaggi. Nei tre paesi, i partiti anti-Ue sono in ascesa.
Ma la volontà di Trump di usare i “Patrioti” per smantellare l’Unione sta avendo l’effetto opposto. Gli europei sono attaccati all’Ue. L’Eurobarometro autunnale, pubblicato prima della strategia di sicurezza nazionale di Trump, è chiaro: il 74 per cento degli intervistati ritiene che il proprio paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’Ue. Il 59 per cento è ottimista sul futuro dell’Unione. Il 67 per cento vede l’Ue come un faro di stabilità in un mondo turbolento. L’83 per cento ritiene che l’Ue debba rafforzare la sua indipendenza economica e diversificare le relazioni commerciali. Quasi otto persone su dieci (79 per cento) sostengono una politica comune di difesa e sicurezza.
Lasciare l’Ue non è uno slogan che mobilita gli elettori. A parte l’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland, dopo il fallimento della Brexit, nessun leader sovranista ne parla apertamente. In Francia, averlo fatto in passato ora si ritorce contro Marine Le Pen e Jordan Bardella, costringendo il Rassemblement National sulla difensiva. La foto del loro incontro con Charles Kushner, suocero di Trump e neo-ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi, li ha marchiati come “i candidati di Trump”.
Bardella afferma di non voler vedere l’Europa “sottomessa a nessuna grande potenza”. Ma la critica è diventata un tema ricorrente nel dibattito politico francese. “Il RN sostiene il presidente americano e gli fa da utile idiota per distruggere l’Unione Europea”, accusa la deputata europea Valérie Hayer, presidente del gruppo Renew. “Un vero patriota resiste a un leader straniero che intende assoggettare le nostre nazioni. Ma il RN non è un partito patriottico: è un partito anti-europeo che farebbe della Francia una grande Ungheria, una nazione sottomessa a Putin, Trump e Xi”, sostiene l’eurodeputato socialista Raphaël Glucksmann, potenziale candidato della sinistra alle presidenziali.
In Ungheria, Viktor Orbán, il federatore dei partiti sovranisti di estrema destra di Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Repubblica Ceca e Polonia, è in difficoltà. Il suo rivale Péter Magyar lo tallona o addirittura lo supera nei sondaggi, mettendo in dubbio una nuova vittoria alle legislative del 2026.
Trump è sempre più percepito come un nemico dell’Europa, secondo un sondaggio di Le Grand Continent condotto in nove paesi dell’Ue — Francia, Germania, Italia, Polonia, Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo e Croazia. Tuttavia, la relazione transatlantica rimane un imperativo strategico. “L’Europa deve trarre le conclusioni necessarie: la sua sicurezza, prosperità e democrazia non possono più dipendere dalla volontà mutevole degli Stati Uniti. L’autonomia strategica non è più un’opzione, ma una necessità. L’Unione Europea deve poter agire in modo indipendente, assumersi la piena responsabilità della propria difesa e difendere i propri interessi e valori sulla scena internazionale con sovranità e credibilità”, sostengono l’ex presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, l’ex Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell e l’ex commissaria europea Danuta Hübner in un editoriale pubblicato su El País.
I leader europei devono cambiare strategia nei confronti di Trump, perché l’attuale approccio è una trappola che indebolisce l’Ue. “La politica di appeasement verso Trump ha solo rafforzato le forze di estrema destra che vogliono un’Unione indebolita”, scrive la politologa italiana Nathalie Tocci su Foreign Affairs. Ursula von der Leyen, diventata il simbolo di un’Europa che capitola, dovrà rivedere la sua posizione o farsi da parte. Mentre il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha prontamente condannato gli attacchi di Trump, la presidente della Commissione europea ha impiegato giorni per rispondere in un’intervista a Politico, la testata americana che celebra Trump come “l’uomo più potente che plasma la politica europea”.
Il tono è cambiato. “La Pax Americana è finita. Gli americani ora difendono i loro interessi con vigore implacabile. E questo può significare solo una cosa: anche noi dobbiamo difendere i nostri”, ha dichiarato Merz. Il cancelliere ha dato il tono per il vertice europeo del 18-19 dicembre?
La frase
“La partecipazione degli europei, in termini di accettabilità (dell’accordo da parte della Russia), non è di buon auspicio.”
Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino.
Vertice
Gli attivi russi e il dilemma delle garanzie volontarie per rassicurare il Belgio – Domani i capi di Stato e di governo si riuniranno a Bruxelles per un Consiglio europeo “decisivo” per le sorti dell’Ucraina. I leader in ottobre avevano promesso di assicurare il finanziamento dell’Ucraina per i prossimi due anni. Alla fine di marzo 2026, Kyiv sarà senza soldi per pagare stipendi e comprare armi. In altre parole, senza un finanziamento biennale da 135 miliardi non sarà in grado di difendersi. Ma un accordo sul prestito di riparazione finanziato con gli attivi sovrani russi ancora non c’è. E’ il tema “più importante” e il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, “è impegnato a fare tutto quanto in suo potere per arrivare a una decisione”, ci ha detto un alto funzionario. Ma “c’è un punto di domanda”. Il Belgio ha accettato di continuare a negoziare. Gli altri Stati membri stanno cercando soluzioni tecniche per andare incontro alle sue richieste. Ce n’è una che rischia di diventare esplosiva: le garanzie finanziarie per il Belgio e per le istituzioni finanziarie che detengono attivi russi saranno volontarie, non obbligatorie. Se il rifiuto di Ungheria e Slovacchia è dato per scontato, molti si interrogano su cosa farà l’Italia, dopo che Giorgia Meloni ha scelto di opporsi all’uso degli attivi russi nel voto di venerdì scorso per immobilizzarli a tempo indeterminato. “La Germania e altri Stati membri non accetteranno che un grande paese come l’Italia non partecipi alla solidarietà”, ci ha detto una fonte.
Conclusioni a 24 sull’Ucraina? – Una delle incognite del Consiglio europeo è quanti Stati membri sosterranno le conclusioni sull’Ucraina. Dall’inizio dell’anno Viktor Orban si è opposto al consenso, costringendo Antonio Costa a inventarsi la formula delle “conclusioni a 26”. Questa volta la posta in gioco è ancora più alta, dato che conterranno anche le modalità di finanziamento dell’Ucraina. Lo slovacco Robert Fico ha già detto che non contribuirà. Appena rientrato nel club del Consiglio europeo, il ceco Andrej Babis si è schierato con Belgio, Italia, Bulgaria e Malta contro l’uso degli attivi sovrani. “Sappiamo che a 27 non è possibile. Speriamo di rimanere il più vicino possibile a 26”, ci ha detto l’Alto funzionario. Nell’ultima bozza di conclusioni il paragrafo sul finanziamento dell’Ucraina è ancora tra parentesi quadra perché non c’è ancora un consenso. I leader (a 26, 25 o 24) chiederanno invece di “continuare a lavorare su un nuovo pacchetto di sanzioni (contro la Russia) da adottare all’inizio del 2026”.
Nessun accordo sull’allargamento – Il Consiglio europeo non riuscirà a esprimersi sull’allargamento, dopo che i ministri degli Affari europei ieri non sono riusciti a trovare un accordo sulle conclusioni proposte dalla presidenza danese dell’Ue. Il veto dell’Ungheria a qualsiasi avanzamento per l’Ucraina è stato il fattore decisivo. Ma i ventisette si sono anche spaccati su altri paesi, in un gioco di veti incrociati su quasi tutti i candidati. Non è un bel segnale, alla vigilia di un summit con i paesi dei Balcani occidentali questa sera. Almeno nella bozza di conclusioni del Consiglio europeo, i leader si ricorderanno che anche l’Ue deve fare i compiti a casa per allargarsi ulteriormente. Alla Commissione verrà chiesto di presentare la sua “policies review approfondita” che doveva essere presentata a fine ottobre con il pacchetto allargamento. Ursula von der Leyen non ha fatto i suoi di compiti a casa. Le proposte della Commissione sulle riforme interne all’Ue in vista dell’allargamento “erano state promesse alcuni mesi fa”, ricorda un diplomatico. Non sono mai arrivate.
Guerre commerciali
L’ombra del Mercosur sul vertice – Il Mercosur “non è nell’agenda” del Consiglio europeo. Questo è il mantra di Antonio Costa, che sembra voler evitare una guerra interna all’Ue, dopo che la Francia ha chiesto di rinviare l’approvazione e la firma dell’accordo di libero scambio con il Mercosur al 2026. Ma i leader sono “liberi” di sollevare la questione, ci ha detto un alto funzionario dell’Ue. Tutto dipenderà dagli eventi delle prossime ore, dopo che il Parlamento europeo ha approvato un rafforzamento delle clausole di salvaguardia per il settore agricolo, che ora deve essere negoziato con i governi. Il tempo sta scadendo. Diverse fonti ritengono che se Ursula von der Leyen non firmerà come previsto sabato 20 dicembre, l’accordo con il Mercosur salterà, perché i governi di Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay non possono andare oltre in termini di concessioni. Ma il calendario europeo e quello francese non aiutano. Gli agricoltori occuperanno il quartiere europeo di Bruxelles domani con i loro trattori. Il governo francese deve far approvare il bilancio all’Assemblea nazionale.
Le prossime tappe sul Mercosur, aspettando Meloni – Dopo che il Parlamento ha approvato ieri un rafforzamento delle clausole di salvaguardia per bloccare le importazioni dal Mercosur in caso di aumento del 5 per cento per i prodotti agricoli sensibili. La presidenza danese del Consiglio dell’Ue ha convocato un trilogo con il Parlamento per trovare un compromesso nel corso della giornata di oggi. Se, come previsto ci sarà un accordo tra le due istituzioni, il Consiglio potrebbe passare al voto. Ma senza l’Italia non è possibile avere la maggioranza qualificata necessaria a permettere a von der Leyen di prendere il volo per Brasilia, dove è prevista la firma ufficiale dell’accordo. In molti hanno guardato al voto ieri al Parlamento europeo per capire come si sarebbe orientata il presidente del Consiglio italiano. I deputati del suo partito, Fratelli d’Italia, si sono astenuti. Il rafforzamento delle clausole di salvaguardia “non garantisce ancora in modo chiaro ed efficace clausole di reciprocità e di automaticità realmente in grado di tutelare i produttori europei”, ha detto uno dei deputati di Meloni, Francesco Torselli.
Trump minaccia la guerra digitale all’Ue – Il Rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio, Jamieson Greer, ieri ha minacciato di imporre dazi e restrizioni ai servizi offerti da società europee, se l’Ue e i suoi Stati membri continueranno ad applicare la loro regolamentazione sul digitale alle società americane. “L’Unione europea e alcuni Stati membri dell’Ue hanno continuato a imporre cause legali, imposte, multe e direttive discriminatorie e vessatorie nei confronti dei fornitori di servizi statunitensi”, ha scritto il Rappresentante per il Commercio su X. “Se l’UE e gli Stati membri dell’UE insisteranno nel continuare a limitare, restringere e scoraggiare la competitività dei fornitori di servizi statunitensi attraverso mezzi discriminatori, gli Stati Uniti non avranno altra scelta che iniziare a utilizzare ogni strumento a loro disposizione per contrastare queste misure irragionevoli”. Per rendere più spaventosa la sua minaccia, Greer ha elencato alcune società europee: Accenture, Amadeus, Capgemini, DHL, Mistral, Publicis, SAP, Siemens e Spotify. La minaccia cade a puntino. I leader domani sera avranno una discussione sulla geoeconomia. Il dibattito “si concentrerà sull’impatto della dimensione esterna”, in particolare “l’impatto della postura della Cina e della postura americana sull’economia globale”, ci ha detto un alto funzionario dell’Ue.
Casa
Piani casa - Regole sugli aiuti di Stato più flessibili, una nuova legge dell’Ue contro gli abusi nel settore degli affitti di breve durata nel 2026: la Commissione europea ha presentato ieri il suo Piano per l’edilizia a buon mercato. Per contrastare l’ampliarsi e l’aggravarsi della crisi abitativa in tutti gli Stati membri, e in particolare tra le classi medie, la Commissione stima che saranno necessari finanziamenti aggiuntivi per 650.000 unità abitative all’anno, pari a circa 150 miliardi di euro l’anno. La proposta di revisione delle regole sugli aiuti di Stato per i Servizi di interesse economico generale consentirebbe ai comuni di non dover attendere l’approvazione della Commissione per il sostegno finanziario pubblico all’edilizia, non più limitato solo ai più poveri, ma esteso anche ai nuclei familiari della classe media che faticano a permettersi un alloggio. Questo dovrebbe rendere più facile per gli Stati membri (e per le loro regioni e municipalità) finanziare nuovi progetti abitativi. Tuttavia, data la mancanza di competenze giuridiche in questo ambito, la Commissione non può mettere sul tavolo nuove risorse finanziarie proprie.
Caccia a Airbnb - Per fronteggiare la riduzione dell’offerta abitativa nelle città e nelle aree a forte attrattiva turistica dovuta agli affitti di breve durata, la Commissione ha annunciato che presenterà una nuova legge che “istituirà un quadro giuridico dell’Ue coerente, basato sui dati, chiaro e prevedibile, che consenta alle autorità locali di adottare misure mirate e proporzionate per affrontare il fenomeno degli affitti di breve durata, in particolare nelle aree soggette a tensioni abitative”. Ciò equivale implicitamente a un’ammissione che il Regolamento Ue sugli affitti di breve durata, che entrerà in vigore solo il prossimo maggio, non sarà sufficiente a raggiungere gli obiettivi prefissati, secondo la stessa Commissione.
Brum brum
Il grande caos sul motore a combustione – Un altro pacchetto per fare marcia indietro sul Green deal, un altro grande caos che non aiuterà la certezza giuridica. La Commissione ieri ha presentato la revisione degli standard sulle emissioni di CO2 per le automobili. Come atteso, Ursula von der Leyen ha ceduto alle pressioni di governi come Germania e Italia e del suo Partito Popolare Europeo e ha rinunciato al 2035 per la fine del motore a combustione. Dopo quella data, le case automobilistiche dovranno rispettare un obiettivo di riduzione delle emissioni del 90 per cento, mentre le restanti emissioni del 10 per cento dovranno essere compensate mediante l’uso di acciaio a basse emissioni prodotto nell’Ue o da e-fuel e biocarburanti. Questo consentirà di continuare a vendere ibride plug-in (PHEV), con sistemi di autonomia estesa, ibride leggere, ma anche veicoli con motore a combustione interna. I commissari non sono stati in grado di spiegare come verranno calcolati e-fuel e biocarburanti. Il vicepresidente Stéphane Séjourné ha lasciato la porta aperta ad altre modifiche nei prossimi anni, perché questo è “l’equilibrio del momento”. Secondo William Todts, direttore esecutivo dell’organizzazione T&E, “la Commissione ha optato per la complessità a scapito della chiarezza. Ogni euro speso per gli ibridi plug-in è un euro sottratto agli investimenti nei veicoli elettrici, proprio mentre la Cina accelera. Aggrapparsi ai motori endotermici non farà tornare grandi le case automobilistiche europee”.
Il 30-35 per cento di veicoli non elettrici nel 2035 – Quattro commissari sul podio, solo tre domande dei giornalisti: la Commissione non ha giocato la trasparenza sul pacchetto automotive, che segna la retromarcia più simbolica di Ursula von der Leyen rispetto al suo primo mandato. Il materiale è stato distribuito alla stampa in ritardo, rendendo impossibile approfondire le valutazioni di impatto della stessa Commissione. Ma al commissario ai Trasporti, Apostolos Tzitzikōstas, è sfuggito un dato significativo sugli effetti del pacchetto. “Abbiamo stimato che questa riduzione del 10 per cento degli obiettivi di CO2, dal 100 per cento al 90 per cento, consentirà flessibilità al mercato e circa il 30-35 per cento delle auto saranno non elettriche, ma dotate di motori a combustione interna, ibride plug-in, sistemi di autonomia estesa o qualsiasi altra tecnologia che potrebbe emergere oggi e nei prossimi 10 anni”, ha detto Tzitzikōstas. Gli appassionati del brum brum hanno ancora lunghi anni davanti a loro.
Green deal
CBAM rivisitato - La Commissione proporrà oggi una significativa estensione del Meccanismo di aggiustamento carbonio alle frontiere (CBAM), che entrerà in vigore a gennaio, per includere in particolare prodotti ad alta intensità energetica provenienti da paesi terzi con normative climatiche meno rigorose. Secondo le bozze citate dai colleghi di Reuters e Bloomberg News, oltre a cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità, il CBAM dovrebbe coprire anche componenti automobilistici, frigoriferi, lavatrici, prodotti per l’edilizia di ponti, trasformatori, cavi e macchinari agricoli. Si tratta di una decisione controversa. Le imprese industriali e le loro associazioni avvertono che il CBAM aumenterà in modo significativo i costi di produzione. Il meccanismo è pensato per ridurre il vantaggio competitivo sleale di cui godono, ad esempio, i produttori cinesi di acciaio rispetto ai concorrenti europei, potendo produrre quasi senza regolamentazioni climatiche. Tuttavia, ciò renderà più costosi gli input importati per i produttori europei. Inoltre, l’assegnazione gratuita di quote di emissione all’industria europea sarà progressivamente ridotta fino ad azzerarsi entro il 2034. Per compensare almeno in parte questi effetti, la Commissione proporrà che il 25 per cento dei ricavi del CBAM nel 2028 e 2029 venga utilizzato per sostenere le imprese europee che dovranno affrontare costi più elevati a causa del dazio climatico alle frontiere.
Accade oggi
Summit Ue-Balcani occidentali
Commissione: la presidente von der Leyen a Bruxelles partecipa all’EuroChanukah 2025
Commissione: conferenza stampa dei commissari Séjourné e Hoekstra sul pacchetto di attuazione del Clean Industrial Deal
Parlamento europeo: sessione plenaria a Strasburgo (dibattiti sul COnsiglio europeo; la necessità di combattere la discriminazione in Ue; il regime di condizionalità sullo stato di diritto; la crisi della democrazia in Georgia; l’agenda consumatore 2030; i casi di spionaggio pro-Russia al Parlamento europeo; le violazioni dei diritti umani in Azerbaigian, Nigeria e Guinea-Bissau)
Parlamento europeo: conferenza stampa dei deputati Ninisto e Baidere sull’abbandono del gas russo
Parlamento europeo: conferenza stampa dei deputati Germain e HOhlmeier sulla condizionalità sullo stato di diritto
Parlamento europeo: conferenza stampa dei deputati Kovatchev, Schaldemose, Brandstatter e Geese su piattaforme tech, interferenze straniere e disinformazione
Banca centrale europea: riunione del Consiglio dei governatori
Eurostat: dati sull’inflazione a novembre; indice costo del lavoro nel terzo trimestre; commercio internazionale dei servizi nel 2024; dati sulle dimissioni ospedaliere per diagnosi nel 2023



