La Danimarca e l’arte di presiedere il Consiglio dell’Ue
Buongiorno! Siamo David Carretta, Christian Spillmann e Oliver Grimm, gli autori del Mattinale Europeo.
Nell’analisi del giorno, David fa un bilancio del semestre di presidenza danese del Consiglio dell’Ue. Non tutto è andato alla perfezione, ma la Danimarca può rivendicare diversi successi. Questi sei mesi sono stati sotto il segno dell’efficienza e dei risultati.
Oggi è l’ultima edizione regolare del Mattinale Europeo del 2025. Non ci saranno brevi del giorno. Ma vogliamo cogliere l’occasione per un augurio di buone feste e felice 2026 a tutti i nostri lettori. Ci rivediamo il 7 gennaio.
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La Danimarca e l’arte di presiedere il Consiglio dell’Ue
Di David Carretta
Dopo un estenuante Consiglio europeo dedicato al finanziamento all’Ucraina che si è concluso nel pieno della notte tra il 18 e il 19 dicembre, poche ore di sono dopo, venerdì pomeriggio gli ambasciatori dei ventisette Stati membri sono stati convocati per la penultima riunione del Coreper del 2025. Carsten Grønbech-Jensen, il rappresentante permanente della Danimarca, che dal primo luglio ha esercitato la presidenza semestrale del Consiglio dell’Ue, ha convocato i suoi colleghi per discutere degli accordi raggiunti con il Parlamento europeo per dare un’ulteriore stretta alla politica migratoria, dei negoziati su un accordo di libero scambio con l’India e del vertice Ue-Giordania previsto l’8 gennaio. Al termine della riunione la presidenza danese ha annunciato altri due risultati. I governi hanno concordato la loro posizione sui testi legislativi per introdurre l’euro digitale e per rilanciare il mercato dei derivati nell’Ue. Entrambi i dossier rientravano nelle priorità della Danimarca per la sua presidenza.
Ciascuna presidenza semestrale del Consiglio dell’Ue ha successi da rivendicare, fallimenti da nascondere, pregi da salutare e difetti da criticare. Quella della Danimarca si è distinta soprattutto per una caratteristica: efficienza e risultati in un periodo di grandi turbolenze e incertezze. La guerra dei dazi di Donald Trump, la guerra della Russia contro l’Ucraina, la guerra delle terre rare e dei chip della Cina avrebbero potuto scombussolare l’agenda interna all’Ue. Non è stato così. Gran parte delle priorità che la presidenza danese dell’Ue si era data sono state realizzate. Nella sua arte di presiedere il Consiglio dell’Ue, la Danimarca si è anche distinta per la sua capacità di spingere le proprie priorità nazionali. Quando lo ha fatto troppo, superando i confini di quello che a Bruxelles viene chiamato l’honest broker (il mediatore onesto) ha dovuto indietreggiare.
Le parole che ha usato Ursula von der Leyen durante la conferenza stampa al termine del Consiglio europeo non sono state di semplice cortesia. “Vorrei elogiare la presidenza danese”, ha detto la presidente della Commissione rivolgendosi alla premier Mette Frederiksen. “In soli sei mesi avete ottenuto risultati impressionanti”. La contabilità di von der Leyen sulla presidenza danese include 41 dossier legislativi chiusi e 17 mandati negoziali (un accordo tra i governi sulla posizione nei negoziati con il Parlamento). Dal primo luglio sono stati adottati due pacchetti di sanzioni contro la Russia, sono stati immobilizzati a tempo indeterminato gli attivi sovrani russi congelati, è stato approvato l’abbandono definitivo del gas russo.
Il sostegno all’Ucraina era la principale delle priorità di Frederiksen. L’accordo al Consiglio europeo su un prestito di 90 miliardi non include l’uso degli attivi sovrani russi, come aveva sperato la premier danese. Ma il finanziamento di Kyiv per i prossimi due anni è stato garantito: missione compiuta. Frederiksen, che sull’Ucraina ha scelto di uscire dall’ortodossia dei frugali, ha accettato uno strumento di debito comune per finanziare l’Ucraina. Anche sul rafforzamento della difesa europea di fronte alla minaccia posta dalla Russia, la presidenza danese può rivendicare successi, come l’accordo sul programma europeo per l’industria della difesa. Su SAFE, lo strumento di prestito da 150 miliardi di euro per gli acquisti congiunti, la Danimarca è diventata un modello su come cooperare con l’industria della difesa dell’Ucraina.
Le due priorità fissate il primo luglio su cui la presidenza danese ha avuto maggiore successo sono state le politiche migratorie e la deregolamentazione. La stretta sulle politiche di asilo è stata formalizzata da una serie di accordi raggiunti con il Parlamento europeo a tempo di record. La revisione del concetto di paese terzo sicuro e la lista dei paesi di origine sicuri hanno istituzionalizzato le cosiddette “soluzioni innovative” per inviare migranti e richiedenti asilo lontani dalle frontiere dell’Ue. La Danimarca è passata dall’essere condannata dalla Commissione von der Leyen I per il progetto di inviare i richiedenti asilo in Ruanda al modello promosso dalla Commissione von der Leyen II con il sostegno di tutti gli altri paesi.
Anche sui pacchetti di “semplificazione” Omnibus la presidenza danese ha avanzato a tappe forzate. Dal rinvio della legge sulla deforestazione all’Omnibus I sulla sostenibilità e gli obblighi di rendicontazione, la priorità è stata data alle imprese. Era la parte più semplice del rapporto di Mario Draghi. Il successo è stato consentito da un allineamento politico inedito tra la Commissione von der Leyen II, gran parte dei governi nazionali e un Parlamento europeo i cui equilibri interni si sono spostati nettamente a destra.
Non tutto è andato secondo i piani danesi. Sulla politica climatica, la Danimarca non è riuscita nel suo intento di fissare un impegno di riduzione delle emissioni unico per il 2035 nell’ambito dei negoziati per la COP30. Causa anche il ritardo della proposta della Commissione, i negoziati condotti dalla presidenza hanno prodotto solo una “forchetta”. Anche l’accordo sul taglio delle emissioni entro il 2040 è stato al ribasso per un paese come la Danimarca che ha fatto della transizione climatica il suo modello di crescita economica.
Il risultato è stato al di sotto delle aspettative anche sul nuovo Quadro finanziario pluriennale. La presidenza danese aveva l’ambizione di trovare un accordo tra i governi sulla cosiddetta “nego box”, l’architettura del bilancio 2028-35. La Danimarca ha spinto per la modernizzazione promossa dalla Commissione von der Leyen – la rinazionalizzazione della politica agricola comune e della politica di coesione per lasciare più fondi alle nuove priorità – oltre i limiti di quanto accettabile per una parte consistenti di altri Stati membri. Alla fine, ha anche resuscitato i “rebate” – le compensazioni finanziarie per i contributori netti al bilancio – che sono cari ai frugali, provocando una dura reazione da parte di Italia e Francia.
Nei negoziati sull’architettura del bilancio dell’Ue la Danimarca ha superato i confini del ruolo di honest broker della presidenza. “L’inserimento all’ultimo momento del ‘rebate’ ha squilibrato la ‘nego box’ e ha contraddetto la narrazione dei frugali su modernizzazione e flessibilità”, ci ha detto un diplomatico. “Questa cosa ha sollevato una levata di scudi da parte della Francia, a cui l’Italia si è unita”. Sull’uso degli attivi sovrani russi per il prestito all’Ucraina è successo qualcosa di analogo. La Danimarca “ha escluso troppo rapidamente l’opzione alternativa di uno strumento di debito comune”, ci ha detto una seconda fonte. Anche sull’accordo con il Mercosur l’insistenza danese per forzare un voto a maggioranza qualificata non è piaciuta ad alcune delegazioni.
L’arte della presidenza dell’Ue significa anche saper arrendersi. La Danimarca ha dovuto farlo sulla proposta di regolamento per combattere l’abuso sessuale su minori online. Sfruttando le esitazioni della Germania, la presidenza danese ha fatto pressioni per l’introduzione del Chat control per obbligare le piattaforme come WhatsApp e Telegram a scansionare i messaggi, immagini e video prima della crittografia per rilevare contenuti illegali tramite algoritmi e sistemi di identificazione. All’ultimo momento è stata costretta a fare marcia indietro e lavorare su una versione meno invasiva della privacy.
Il semestre della Danimarca non è finito. Oggi gli ambasciatori saranno convocati di nuovo per approvare il compromesso con il Parlamento sulle clausole di salvaguardia legate all’accordo con il Mercosur. Anche se la firma è stata rinviata, non c’è tempo da perdere. La Danimarca vuole preparare il terreno al voto a maggioranza qualificata all’inizio del 2026 per permettere a Ursula von der Leyen di andare a firmare il 12 gennaio in Paraguay. L’arte di presiedere l’Ue è anche facilitare il lavoro della presidenza entrante. Dal primo gennaio sarà Cipro a guidare il Consiglio dell’Ue per sei mesi.
Ps: il Mattinale vuole ringraziare Fabrice, Stine, Mikkel e tutta la loro squadra, compresi gli esperti della rappresentanza della Danimarca presso l’Ue. Insieme alla presidenza belga e a quella polacca, la presidenza danese ha fissato standard molto elevati in termini di comunicazione. La loro fiducia nei giornalisti che operano nella sala stampa dell’Ue e la loro capacità di spiegare in modo approfondito dettagli tecnici e negoziati politici ci hanno permesso di fare meglio il nostro lavoro. Cioè di informare i cittadini europei.
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