L’Ue salva la faccia, e mostra la sua impotenza
Buongiorno! Siamo David Carretta, Christian Spillmann e Oliver Grimm, gli autori del Mattinale Europeo.
L’analisi del giorno, firmata da David, è dedicata ai risultati del Consiglio europeo. I leader hanno trovato una soluzione pasticciata per il finanziamento all’Ucraina: un prestito da 90 miliardi finanziato con il debito comune dell’Ue (ma a 24 Stati membri), senza toccare gli attivi sovrani russi, su cui si continuerà a negoziare. L’Ue salva la faccia e mostra la sua impotenza. Con una sorpresa: il grande vincitore è Viktor Orban, che ha salvato i 210 miliardi di Vladimir Putin e non dovrà pagare per il debito comune dell’Ue.
Nelle brevi ci occupiamo del Mercosur, raccontando i retroscena di un altro rinvio che mette in dubbio la credibilità dell’Ue. L’accordo di libero scambio sarà firmato, ma solo a gennaio, senza che sia cambiato nulla nella sua sostanza. La Corte di giustizia dell’Ue ha condannato il Tribunale costituzionale polacco messo in piedi dal precedente governo del PiS. La presidenza danese del Consiglio si conclude con un unico vero successo: la rimessa in discussione del diritto d’asilo nell’Ue.
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L’Ue salva la faccia, e mostra la sua impotenza
Di David Carretta
Un accordo raggiunto sul finanziamento dell’Ucraina attraverso debito comune dell’Ue a 24 e un rinvio di poche settimane sul Mercosur per le obiezioni petulanti di una manciata leader più attenta agli agricoltori che al ruolo dell’Unione europea nel mondo. I capi di stato e di governo dell’Ue ieri sono riusciti a salvare la faccia, ma non a nascondere la loro impotenza, in un vertice decisivo per dimostrare la loro capacità di essere degli attori geopolitici e geoeconomici. Sull’Ucraina la proposta di un prestito di riparazione finanziato con gli attivi sovrani russi immobilizzati è stata rimessa sullo scaffale. Troppo complicata, troppo costosa, troppo rischiosa, nonostante gli appelli di Volodymyr Zelensky. I leader hanno optato per un prestito da 90 miliardi, anche se si continuerà a lavorare sugli attivi russi (per salvare la faccia al cancelliere Friedrich Merz che ha promosso questa soluzione). I 90 miliardi saranno raccolti con debito comune, ma con una cooperazione rafforzata di 24 Stati membri. Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia se ne staranno fuori. Viktor Orban è il vero vincitore: ha salvato i 210 miliardi di Vladimir Putin e non dovrà pagare per il prestito all’Ucraina.
Ieri era stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, a ricordare ai ventisette quello che era in gioco ieri. L’Ucraina rischia la bancarotta alla fine del primo trimestre del 2026. Ha bisogno di 134 miliardi di euro per i prossimi due anni, di cui due terzi a carico dell’Ue. Da questo dipende “la capacità ucraina di combattere”, ha avvertito Zelensky in una conferenza stampa. Il prestito di riparazione ha un peso anche nei negoziati con Trump. Permetterà all’Ucraina di essere “più sicura di sé al tavolo dei negoziati”, ha detto il presidente ucraino. Il tempo stringe. L’Ucraina ha bisogno di una decisione “entro la fine dell’anno”, ha spiegato Zelensky. “La fine di quest’anno”, ha precisato in pubblico. La soluzione scelta al Consiglio europeo permetterà all’Ucraina di sopravvivere finanziariamente.
Ma il messaggio trasmesso da Zelensky in privato ai leader dell’Ue durante la sessione del Consiglio europeo è stato molto più esplicito e grave. “Qualcuno può davvero credere nelle future garanzie di sicurezza – quelle di cui stiamo discutendo molto e quelle sancite nei documenti euro-atlantici – se l’Europa non riesce a prendere questa importantissima decisione: una garanzia di sicurezza finanziaria per l’Ucraina, in una situazione moralmente cristallina e completamente giusta?”, ha chiesto il presidente ucraino. “Se non ci sarà una decisione europea ora, allora tutte le parole che abbiamo sentito per anni – sulla nostra solidarietà europea, sulla nostra autonomia e sulla capacità dell’Europa di difendere la giustizia a livello globale – saranno prive di significato. Se ciò non avviene ora, i russi – e non solo loro – penseranno che l’Europa può essere sconfitta”.
La risposta dei leader dell’Ue è stata l’impotenza. Toccare gli attivi sovrani russi è troppo complicato. Nel momento in cui il Belgio ha ricevuto le rassicurazioni che chiedevano, gli altri leader si sono trovati di fronte un testo di conclusioni con dettagli tecnici che molti non sono riusciti a capire. Alcuni Stati membri hanno iniziato a sollevare obiezioni. Per l’Italia le garanzie per coprire i rischi corsi dal Belgio erano “costosissime”, ci ha spiegato un diplomatico. Anche la Francia preferiva la soluzione di uno strumento di debito dell’Ue, che non pesi su finanze pubbliche già disastrate. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha così proposto di rinunciare per il momento al “prestito di riparazione” con gli attivi russi e ricorrere al debito comune. L’ungherese Viktor Orban, lo slovacco Robert Fico e il ceco Andrej Babis hanno proposto una cooperazione rafforzata per stare fuori e non dover contribuire. Questo prestito “non avrà un impatto sugli obblighi finanziari di Repubblica ceca, Ungheria e Slovacchia”.
L’uso degli attivi sovrani russi doveva dimostrare a Vladimir Putin che l’Ue è pronta ad assumersi dei rischi per continuare a difendere l’Ucraina. Il messaggio doveva essere indirizzato anche a Donald Trump, che considera i leader europei “deboli” e incapaci di garantire da soli la propria sicurezza. Il Consiglio europeo avrebbe dovuto dimostrare agli Stati Uniti che non potranno appropriarsi dei 210 miliardi di attivi sovrani russi immobilizzati per metterli in uno strumento di investimento a beneficio delle imprese americane, né per giocarli come una fiche nella partita a carte con Putin. Il risultato è l’opposto: l’avversione al rischio degli europei ha prevalso.
Ursula von der Leyen e Friedrich Merz hanno una loro parte di responsabilità. La presidente della Commissione non ha consultato il Belgio, quando ha annunciato l’uso degli attivi sovrani russi per il “prestito di riparazione” il 10 settembre. Ci sono poi voluti quasi tre mesi per presentare delle proposte concrete, andando al di là di vaghe opzioni. I veri negoziati tra la squadra von der Leyen e quella De Wever si sono tenuti nel corso della giornata di ieri. Merz ha fatto “forti pressioni per evitare di ricorrere al debito comune”, ci ha spiegato una fonte: “Ha usato argomenti morali per usare gli attivi russi, ma il suo obiettivo era di evitare il debito dell’Ue”.
Anche sul Mercosur l’imposizione della volontà della Germania lascerà un segno. La Francia è stata ignorata. Il caos politico interno si trasforma in fragilità sulla scena europea per Emmanuel Macron. Anche sull’accordo di libero scambio con Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, l’Ue si giocava la sua credibilità geopolitica e geoeconomica. Lo ha ricordato il premier portoghese, Luis Montenegro, il primo a prendere la parola sul Mercosur durante il dibattito tra i leader. Nell’era di Donald Trump e Xi Jinping, sarebbe “imperdonabile” se l’Ue non riuscisse a firmare l’accordo di libero scambio. “Se non chiudiamo l’accordo, l’Ue prederà la credibilità”, ha detto Montenegro.
L’italiana Giorgia Meloni ha risposto che l’Ue non deve commettere lo stesso errore fatto con la Cina, aprendo il suo mercato senza garanzie per gli agricoltori. Poi il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha tagliato corto, dando la parola a von der Leyen. La presidente della Commissione ha annunciato di aver annullato il suo viaggio in Brasile previsto per domani, ma di aver parlato con il presidente brasiliano Lula. Nessuna decisione, ma un rinvio. La firma sarà apposta all’inizio di gennaio.
Lula ha svelato il doppio gioco di Meloni, simbolo di leader incerti, incapaci di guardare oltre il cortile politico nazionale per fare scelte coraggiose nell’interesse comune europeo. In una telefonata, Meloni ha detto a Lula di essere favorevole all’accordo con il Mercosur, ma anche imbarazzata di non poter dare il via libera, pronta a firmarlo nell’arco di pochi giorni, ma costretta a chiedere un rinvio per accarezzare il pelo della sua lobby agricola.
Alcuni diranno che è il risultato ciò che conta, non il giorno della firma. Ursula von der Leyen ha parlato di “successo” sul Mercosur. L’ex commissaria europea al Commercio, la svedese Cecilia Malmström, ha un giudizio meno autoassolutorio. “L’Ue ha perso oggi l’occasione di dimostrare forza e unità. Rinviando nuovamente l’accordo Ue-Mercosur, sta perdendo credibilità. L’accordo non riguarda solo il commercio, ma anche la geopolitica. Triste”, ha detto Malmström.
La frase
“Abbiamo una scelta semplice: o soldi oggi o sangue domani, e non parlo solo dell’Ucraina, parlo dell’Europa”.
Donald Tusk.
Vertice
L’UE a 24 fa debito comune per l’Ucraina - “Avevamo preso un impegno, lo abbiamo mantenuto”, ha detto Antonio Costa, il presidente del Consiglio europeo, annunciando l’accordo di questa notte al vertice sul finanziamento dell’Ucraina. “La decisione di fornire 90 miliardi di euro di sostegno all’Ucraina per il 2026-27 è stata approvata”, ha detto Costa. Ma non sarà il “prestito di riparazione” finanziato con i 210 miliardi di euro di attivi sovrani russi. I costi sono stati giudicati troppo alti da diversi leader. La soluzione è un debito comune dell’Ue a 24 Stati membri attraverso il lancio di una cooperazione rafforzata. Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca non parteciperanno e non dovranno contribuire. Almeno l’Ucraina non dovrà pagare interessi sul prestito, né restituire il capitale fino a quando la Russia non avrà pagato le riparazioni di guerra.
Merz e von der Leyen perdenti, Orban e Meloni vincitori - Oltre a Viktor Orban, che ha salvato il tesoro di Vladimir Putin, senza pagare alcun costo, anche Giorgia Meloni esce vincitrice dal braccio di ferro sul prestito di riparazione con gli attivi russi. Il presidente del Consiglio italiano aveva sollevato obiezioni, in particolare per le garanzie che l’Italia sarebbe stata chiamata a fornire - almeno 25 miliardi di euro - per coprire i rischi del Belgio. Volontariamente o meno, Meloni ha fatto anche un favore a Donald Trump, che potrà rivendicare gli attivi sovrani russi immobilizzati dall’Ue per usarli nei suoi negoziati con Putin. I due grandi sconfitti sono Ursula von der Leyen e Friedrich Merz. Sono loro due che hanno lanciato la proposta di utilizzare gli attivi sovrani russi, senza consultare gli altri Stati membri. Anche se le conclusioni del Consiglio europeo prevedono di continuare a lavorare sul prestito di riparazione, i due leader tedeschi hanno mostrato tutti i loro limiti del loro metodo rigido e del loro approccio poco europeo.
Conclusioni a 25 sull’Ucraina, Fico si associa a Orban - Andrej Babis non ha voluto forzare troppo la mano nel suo primo Consiglio europeo, dopo il ritorno al potere in Repubblica ceca. Contrariamente all’altro “Patriota” seduto al tavolo, l’ungherese Viktor Orban, Babis ha sostenuto le conclusioni sull’Ucraina. Ma non saranno più conclusioni a 26, come accaduto in tutto questo 2025. Lo slovacco Robert Fico si è associato a Orban per rigettare il testo di sostegno a Kiyv. Antonio Costa è stato costretto ad annunciare conclusioni a 25.
Macron chiede di riprendere il dialogo con Putin – “Tornerà utile parlare con Vladimir Putin”. Il presidente francese non ha esitato nella sua risposta a una domanda al termine del vertice europeo. “Ci sono persone che parlano con Vladimir Putin”, ha sottolineato il capo dello Stato francese. Uno degli interlocutori del presidente russo è europeo e membro dell’Ue: si tratta del primo ministro ungherese, Viktor Orbán. Per Emmanuel Macron, l’Ue “deve trovare un quadro per riavviare un dialogo formale”, ha spiegato. “È in corso un negoziato (tra Washington e il Cremlino) per porre fine alla guerra in Ucraina. Se porterà a un accordo per una pace duratura, sarà magnifico. In caso contrario, l’Ue dovrà continuare ad aiutare finanziariamente l’Ucraina e trovare le modalità per riavviare un dialogo completo con la Russia”, ha affermato il presidente francese.
Guerre commerciali
Von der Leyen annuncia il rinvio della firma dell’accordo con il Mercosur - La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato il rinvio della firma dell’accordo di libero scambio con il Mercosur, dopo che Francia e Italia hanno confermato ieri la loro opposizione, facendo mancare la maggioranza qualificata dei governi. Ma né Parigi, né Roma possono cantare vittoria. Nessuno dei due ha ottenuto ulteriori concessioni rispetto alle clausole di salvaguardie già concordate da Consiglio e Parlamento e gli aiuti finanziari promessi dalla Commissione per gli agricoltori. Von der Leyen potrebbe annunciare l’introduzione di una soglia di tolleranza zero per i prodotti importati dal Mercosur per i residui di pesticidi che sono vietati nell’Ue. Ma è un effetto ottico: la misura è contenuta in un provvedimento Omnibus presentato martedì dalla Commissione. Meloni è stata costretta a telefonare al presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, per convincerlo a rinviare la firma, senza far saltare definitivamente l’accordo come aveva minacciato di fare. Von der Leyen prevede di firmare all’inizio di gennaio.
Lula smaschera l’inutile show di Meloni con il suo “no” al Mercosur – A Giorgia Meloni è stato chiesto di chiamare il presidente brasiliano Lula per assicurarsi che l’accordo di libero scambio del Mercosur non sarebbe saltato in caso di rinvia della firma, a causa dell’opposizione dell’Italia. La firma era stata prevista per domani a Brasilia durante un vertice tra Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, ma serviva il via libera da parte di una maggioranza qualificata di governi. Il “no” dell’Italia ha costretto a un rinvio. In una conferenza stampa ieri Lula ha svelato l’inutilità dello show di Meloni, tutto diretto verso la lobby agricola italiana. “La mia sorpresa è stata apprendere che l’Italia, insieme alla Francia, non voleva firmare l’accordo (Ue-Mercosur). Ho parlato con Meloni e mi ha spiegato che non è contraria all’accordo, che sta vivendo un certo imbarazzo politico a causa degli agricoltori italiani, ma che è certa di poterli convincere ad accettarlo”, ha rivelato Lula. “Poi mi ha chiesto se avessimo avuto pazienza per una settimana, 10 giorni, al massimo un mese, l’Italia avrebbe aderito”. Il presidente brasiliano ha detto che consulterà sabato i suoi colleghi di Argentina, Paraguay e Uruguay per “decidere cosa fare”.
L’Italia promette di dare il suo accordo – Giorgia Meloni è stata costretta a trovare una rapida via d’uscita, dopo che Lula ha svelato pubblicamente il suo gioco. Con un comunicato di Palazzo Chigi – la sede del primo ministro in Italia – Meloni ha fatto sapere che “il Governo italiano è pronto a sottoscrivere l’intesa non appena verranno fornite le risposte necessarie agli agricoltori, che dipendono dalle decisioni della Commissione europea e possono essere definite in tempi brevi”. Se i leader del Mercosur accetteranno il rinvio, l’accordo di libero scambio sarà dunque firmato, nonostante il voto negativo della Francia di Emmanuel Macron.
Macron accusa Von der Leyen per il fallimento sul Mercosur - Il presidente francese si è mostrato molto duro nei confronti della presidente Ursula von der Leyen, accusandola di non aver svolto il proprio lavoro per preparare la firma dell’accordo di libero scambio con i paesi del Mercosur. “I conti non tornano, non siamo pronti a firmare”, ha dichiarato Macron all’arrivo al vertice. Il motivo? La Francia e altri paesi hanno espresso riserve e richiesto misure di protezione per gli agricoltori. È stata proposta una clausola di salvaguardia. “Rimpiango che sia stata presentata così tardi”, ha deplorato il capo dello Stato. “Il voto (del Consiglio sulla proposta della Commissione emendata dal Parlamento) non è pronto. Le clausole di salvaguardia non sono né finalizzate, né votate, e non sono state presentate né condivise con i paesi del Mercosur. La Commissione afferma che le clausole di reciprocità (per le sostanze vietate nell’Ue) e i controlli alle frontiere saranno discussi a gennaio. Aspetto gennaio. Nessuno compra con un assegno in bianco”. In sostanza, Emmanuel Macron accusa Ursula von der Leyen di aver svolto il lavoro in modo approssimativo. “Non mi piacciono le cose imprecise. Non mi piace che si prendano in giro le persone”. E per il presidente è fuori discussione accettare una forzatura un voto forzato. “La Francia si opporrà”, ha avvertito. “Abbiamo lavorato molto con l’Italia, la Polonia, il Belgio, l’Austria, l’Irlanda e alcuni altri”.
Migranti
Il successo della “presidenza Mette” sui migranti - La presidenza danese dell’Unione europea è riuscita a chiudere a tempo di record due accordi con i negoziatori del Parlamento europeo per dare una stretta alla politica migratoria, limitando il diritto di asilo nell’Ue. L’obiettivo della premier danese, la socialista Mette Frederiksen, è stato raggiunto. Mercoledì sera è stato annunciato un accordo sulla revisione del concetto di paese terzo sicuro, che consentirà agli Stati membri di firmare accordi con paesi terzi per inviare loro i richiedenti asilo. Ieri la presidenza ha concluso positivamente i negoziati sulla prima lista dell’Ue dei paesi di origine sicuri, che deve permettere di rigettare in modo sbrigativo le domande di protezione internazionale dai cittadini di Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia, oltre che dei paesi candidati all’adesione. Le norme sul paese di origine sicuro si basano sulla presunzione che i richiedenti provenienti da questi paesi godano di una protezione sufficiente contro il rischio di persecuzione o gravi violazioni dei loro diritti fondamentali.
Il Consiglio mette un freno alla foga anti richiedenti asilo del Parlamento – Nei negoziati sulla lista dell’Ue dei paesi sicuri, il Parlamento europeo ha cercato di limitare il potere dei giudici nazionali di mettere in discussione le decisioni adottate dalle autorità amministrative sui richiedenti asilo. “E’ stato scioccante vedere il Parlamento adottare posizioni molto più contrarie ai diritti fondamentali di quelle dei governi”, ci ha confessato un funzionario dell’Ue. L’iniziativa era stata assunta dal relatore del Parlamento europeo, Alessandro Ciriani, membro di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, in conflitto con i giudici che hanno rimesso in discussione l’utilizzazione del concetto di paese sicuro in Italia per rigettare le domande di asilo in modo quasi automatico. La presidenza danese del Consiglio dell’Ue è stata costretta a ricordare ai deputati che non è possibile minare l’indipendenza della giustizia con un regolamento dell’Ue.
L’Ue mina le fondamenta del diritto di asilo - Il pacchetto concordato ieri sul concetto di paese sicuro è “un attacco senza precedenti all’asilo nell’Ue”, ha detto Amnesty International, accusando governi e Parlamento di uno “spudorato tentativo di eludere gli obblighi giuridici internazionali” per spostare la responsabilità europea sulla protezione dei rifugiati “verso paesi extraeuropei”. “Le modifiche al concetto di ‘paese terzo sicuro’ comporteranno che le persone che cercano asilo nell’Ue potrebbero vedere le loro domande respinte senza esame, potrebbero essere inviate in paesi con cui non hanno alcun legame e che potrebbero non aver mai messo piede prima”, ha detto Olivia Sundberg Diez, responsabile UE per le migrazioni e l’asilo presso Amnesty International. “L’accordo odierno segna un’abdicazione dall’impegno dell’UE per la protezione dei rifugiati e apre la strada agli Stati membri dell’Ue che mediano accordi con paesi terzi per l’elaborazione offshore delle richieste di asilo”.
La Corte contro Frontex sui respingimenti - La Corte di giustizia dell’Ue ieri ha annullato gran parte di una sentenza del Tribunale di prima istanza che aveva rifiutato il risarcimento danni a una famiglia di rifugiati siriani da parte di Frontex dopo un loro respingimento verso la TUrchia in un’operazione congiunta di rimpatrio condotta con la Grecia. Secondo la famiglia siriana, se Frontex avesse ottemperato al proprio obbligo di garantire il rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non respingimento al momento di tale operazione, tali diritti non sarebbero stati violati e la famiglia non sarebbe stata respinta in Turchia, ma avrebbe ottenuto la protezione internazionale nell’Ue. La Corte ha stabilito che il Tribunale non ha valutato correttamente il ruolo di Frontex nella suddetta operazione di rimpatrio, perché il diritto dell’Ue impone all’agenzia dei guardia-frontiere una serie di obblighi volti a garantire il rispetto dei diritti fondamentali nell’ambito delle operazioni congiunte di rimpatrio, tra cui quello di verificare che esistano decisioni di rimpatrio per tutte le persone che uno Stato membro intende includere in una operazione di questo tipo. Inoltre, eventuali violazioni dei diritti fondamentali verificatesi durante un volo di rimpatrio possono rientrare nella responsabilità non solo dello Stato membro interessato (in questo caso la Grecia), ma anche di Frontex. La causa è rinviata dinanzi al Tribunale, che dovrà pronunciarsi nuovamente sul risarcimento danni.
Stato di diritto
La Corte dell’Ue condanna il Tribunale costituzionale del PiS polacco - La Corte di giustizia dell’Ue ieri ha stabilito che il Tribunale costituzionale polacco ha violato diversi principi fondamentali del diritto dell’Ue, non rispettando la giurisprudenza della stessa Corte europea. I giudici europei hanno inoltre confermato che la Corte costituzionale polacca non è un giudice indipendente e imparziale, a causa di gravi irregolarità che hanno viziato la nomina di tre dei suoi membri e della sua presidente. Negli anni di governo del PiS, il Tribunale costituzionale polacco è diventato un organo giudiziario agli ordini del partito sovranista (che oggi è all’opposizione). La Corte si è espressa contro le tesi promosse dai partiti sovranisti e di estrema destra della primazia delle costituzioni nazionali. I giudici europei hanno ricordato che la Polonia non può invocare la propria identità costituzionale per sottrarsi al rispetto dei valori comuni sanciti dall’articolo 2 Trattato, quali lo Stato di diritto, la tutela giurisdizionale effettiva e l’indipendenza della giustizia. Tali valori costituiscono infatti il fondamento stesso dell’identità dell’Unione, alla quale la Polonia ha liberamente aderito. Dopo l’adesione, tali valori si concretizzano in obblighi giuridicamente vincolanti, da cui gli Stati membri non possono esimersi. In questo contesto, i giudici nazionali non possono stabilire unilateralmente la portata e i limiti delle competenze attribuite all’Unione.
Calcio
Un altro colpo della Corte al sistema Uefa e Fifa - In una causa avviata dagli ex dirigenti della Juventus, sospesi dalla Federazione italiana giuoco calcio e dalla Fifa per aver partecipato a un sistema di plusvalenze fittizie, l’avvocato generale della Corte europea di giustizia ha inflitto un altro colpo al sistema del monopolio delle federazioni calcistiche internazionali. Nelle sue conclusioni, l’avvocato generale Dean Spielmman ha proposto ai giudici della Corte che il diritto dell’Ue osti ad una normativa che non consente ai giudici nazionali di annullare sanzioni sportive illegittime. Secondo l’avvocato generale, i giudici ordinari devono poter annullare queste sanzioni e, se necessario, accordare misure provvisorie per garantire l’efficacia della futura decisione giurisdizionale. Il principio dell’autonomia dell’ordinamento sportivo non può privare i singoli della tutela giurisdizionale effettiva prevista dal diritto dell’Ue.
Accade oggi
Consiglio europeo
Commissione: il commissario Dombrovskis partecipa alla riunione dei ministri delle Finanze del G7
Banca centrale europea: discorso di Piero Cipollone a una tavola rotonda dell’Aspen Institute a Roma
Eurostat: dati sui rimpatri nel terzo trimestre; bilancia dei pagamenti a ottobre; importazione di prodotti energetici nel terzo trimestre



