Preferenza europea: una disputa meschina - e una vera urgenza per l’Ue
Buongiorno! Siamo David Carretta, Christian Spillmann e Oliver Grimm, gli autori del Mattinale Europeo.
Nell’analisi del giorno, Christian si occupa della questione della “preferenza europea”. L’Ue continua a incontrare difficoltà nell’assumere la propria sovranità strategica di fronte agli Stati Uniti. Ma esiste un compromesso che consente di dare priorità all’industria europea senza smettere di offrire flessibilità all’Ucraina.
Nelle brevi del giorno, ci occupiamo dell’invio di un piccolo contingente europeo in Groenlandia. Non tutti sono d’accordo: “una barzelletta”, ha detto l’Italia. Una dichiarazione di von der Leyen su un cambio di regime in Iran contraddice la posizione della Commissione. L’Ue ha abbassato nuovamente il tetto al prezzo del petrolio russo. Von der Leyen ha annunciato una nuova Strategia Europea di Sicurezza: un’altra occasione per invadere le competenze di Kallas? C’è spazio anche per l’immigrazione e le aspirazioni di Cipro di entrare nella Nato.
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Preferenza europea: una disputa meschina - e una vera urgenza per l’Ue
Di Christian Spillmann
L’Europa ha un talento notevole nel farsi del male da sola, ogni volta che tenta di emanciparsi dal proprio status di vassallo degli Stati Uniti. La Francia, dal canto suo, ha un’analoga capacità di concentrare risentimenti e gelosie europee. La controversia sulla “preferenza europea” ne è un esempio emblematico.
Sostenuto da Emmanuel Macron in nome della “sovranità strategica”, questo principio è stato minato dalle accuse provenienti dagli Stati europei più allineati a Washington. La Francia è oggi accusata di limitare la capacità dell’Ucraina di difendersi, cercando di imporre una clausola “Buy European” sul prestito da 90 miliardi di euro concesso a Kyiv, finanziato da un indebitamento comune approvato da 24 dei 27 Stati membri dell’Ue. È così che l’Unione europea si presenta nel 2026, nell’era del ritorno dell’“America First” di Donald Trump.
A giudicare dai titoli di inizio anno - “Francia e Germania si scontrano sull’acquisto di armi americane con il prestito da 90 miliardi”, “La Francia non ottiene ciò che voleva” - l’Ue sembra il teatro di uno scontro drammatico sugli aiuti all’Ucraina. I critici del presidente francese hanno colto l’occasione per celebrare quella che presentano come una sua sconfitta. Marine Le Pen, leader dell’estrema destra francese, non ha perso tempo. Ancora una volta - ha sostenuto Le Pen - Emmanuel Macron si sarebbe dimostrato incapace di incidere realmente, lasciando all’industria militare statunitense una parte consistente del denaro dei contribuenti europei. Dopo il fiasco del Mercosur, avrebbe nuovamente fallito nel difendere gli interessi francesi.
Un minimo di contestualizzazione consente però di chiarire i fatti - e di smentire questa narrazione. Mercoledì, Ursula von der Leyen ha illustrato con chiarezza come sarà utilizzato il prestito da 90 miliardi di euro concesso all’Ucraina per il periodo 2026-2027. Due terzi dell’importo - 60 miliardi - saranno destinati alla spesa militare. “È una somma molto elevata”, ha sottolineato la presidente della Commissione, ricordando che si tratta di un prestito finanziato da debito comune sostenuto dai contribuenti di 24 Stati membri (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca ne sono esentate), rimborsabile solo se la Russia accetterà di pagare riparazioni.
Verrà applicata una forma di preferenza europea, simile a quella prevista dallo strumento SAFE per la difesa. “Laddove possibile, gli appalti pubblici saranno assegnati per l’acquisto di equipaggiamenti prodotti nell’Unione europea, nello Spazio economico europeo e in Ucraina”, ha precisato von der Leyen. L’obiettivo è creare posti di lavoro, stimolare ricerca e innovazione e rafforzare la base industriale della difesa europea per garantire la sicurezza del continente.
Il richiamo è arrivato al momento giusto. Donald Trump ha evocato apertamente l’annessione della Groenlandia, minacciato di ritirarsi dalla Nato, sospeso ogni sostegno finanziario e militare all’Ucraina e imposto a Kyiv concessioni territoriali. In questo contesto, parlare di una sconfitta francese appare quanto meno eccessivo. Von der Leyen ha inoltre insistito sulla necessità di flessibilità. “Se l’Ucraina non troverà nella regione ciò di cui ha bisogno, potrà rivolgersi ad altri Paesi”, ha spiegato la presidente della Commissione.
È esattamente ciò che il presidente Volodymyr Zelensky aveva chiesto nel suo intervento al Consiglio europeo del 18 dicembre 2025. Era stato molto chiaro a riguardo: se la guerra non si concluderà per via diplomatica e se la Russia intensificherà gli attacchi, questi fondi saranno utilizzati principalmente per l’acquisto di armamenti. Una parte significativa andrà alle industrie europee e ucraine, ma non esclusivamente. L’Europa non produce ancora tutto ciò di cui l’Ucraina ha bisogno. Questa realtà, per quanto spiacevole, include sistemi americani di difesa aerea, in particolare tramite il programma PURL. “Come potremmo superare l’inverno altrimenti?”, aveva chiesto Zelensky. “Abbiamo bisogno di missili per i sistemi Patriot.”
Nessuno ha messo in discussione questa logica. L’industria europea della difesa non è in grado di fornire i volumi di armi e munizioni necessari per consentire alle forze ucraine di tenere la linea del fronte. L’Europa non è entrata in economia di guerra. Le sue imprese della difesa continuano a ragionare in termini di concorrenza globale più che di strategia collettiva europea, dice un funzionario della Nato. Come scrive l’analista Stéphane Audran, l’Europa soffre di un problema industriale, di produzione e politico: ha delegato ad altri sia la capacità di “produrre” sia quella di “esistere”.
La disputa pubblica tra Parigi e Berlino appare quindi in gran parte sterile, soprattutto considerando che i primi esborsi del prestito europeo non avverranno prima di aprile e che la guerra è tutt’altro che finita. Donald Trump ha nuovamente cambiato posizione, accusando Zelensky di ostacolare la pace. L’Ucraina ha un bisogno urgente di munizioni, difese antiaeree, artiglieria ed equipaggiamenti. Gli Stati Uniti sono assenti, e l’Ue conta sugli altri membri della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” per anticipare i loro contributi, ha riconosciuto von der Leyen.
Resta però un disaccordo più profondo tra europei. Gli Stati Uniti hanno istituito in seno alla Nato un meccanismo chiamato PURL - una lista prioritaria dei bisogni ucraini - che consente a Washington di vendere equipaggiamenti e munizioni per 4 miliardi di dollari, finanziati dai contributi europei. Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha spinto il cinismo fino al limite, annunciando che le armi vendute tramite PURL sarebbero state fatturate a prezzi superiori a quelli di mercato. Nessun alleato europeo ha protestato.
Più l’Ucraina sarà equipaggiata con materiali americani, più dipenderà dagli Stati Uniti per munizioni e pezzi di ricambio - e maggiore sarà la leva politica di Washington, mentre le porte della Nato restano chiuse. È questo il motivo per cui la Francia insiste affinché, al momento dell’adesione all’Ue, l’esercito ucraino sia equipaggiato principalmente con sistemi europei. Questa logica sembra però sfuggire ai leader olandesi e tedeschi, i cui scontri ricorrenti con Parigi sulla difesa europea finiscono per logorare l’Unione.
Il fatto che alcuni Paesi europei sostengano oggi la necessità di continuare ad armare massicciamente l’Ucraina con armi americane vendute a un prezzo superiore a quello di mercato e pagate con fondi europei dimostra, secondo Stéphane Audran, quanto la sottomissione a Washington abbia superato i limiti della razionalità. La Francia porta comunque una parte di responsabilità dopo decenni di arroganza sulle vendite di armi e sulla diplomazia.
Parlando ieri alle forze armate francesi presso la base aerea di Istres, Emmanuel Macron ha difeso apertamente la preferenza europea. Molti paesi, ha detto, stanno investendo massicciamente nella difesa per colmare i ritardi e, nell’urgenza, si rivolgono alle capacità immediatamente disponibili, spesso non europee. “Dobbiamo convincerli ad acquistare europeo, a produrre europeo, per essere in grado di rispondere a queste esigenze come europei.”
Ha infine risposto a chi lo accusa di parlare molto e fare poco per l’Ucraina. Un anno fa, ha ricordato Macron, Kyiv dipendeva quasi totalmente dalle capacità di intelligence statunitensi. Oggi, due terzi di tali capacità sono forniti dalla Francia.
La frase
“Sabato in Paraguay scriveremo la storia”.
Ursula von der Leyen sulla firma dell’accordo con il Mercosur.
L’Ue e Trump
Un piccolo contingente europeo in Groenlandia, ma politicamente costoso per i progetti di Trump – Dopo gli annunci è l’ora della conta. Ieri diversi paesi europei hanno confermato l’arrivo o l’invio di loro soldati in Groenlandia per sostenere la Danimarca nel rafforzare la sicurezza del territorio, minacciato di annessione da Donald Trump: 15 francesi, 13 tedeschi, 2 finlandesi, 1 olandese, 1 britannico. Emmanuel Macron ha promesso sostegno da “mezzi terrestri, aerei e marittimi”. L’operazione è condotta dagli europei al di fuori della Nato. La prossima mossa è convincere l’Alleanza atlantica a essere presente con “Sentinella Baltica”. Lunedì i ministri della Difesa di Danimarca e Groenlandia incontreranno il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Secondo le nostre fonti, gli europei sono consapevoli che un contingente così piccolo non è in grado di fermare una potenziale aggressione da parte degli Stati Uniti. Ma la deterrenza è politica. “L’obiettivo è alzare il costo di un’invasione per Trump. Se l’esercito americano riceverà l’ordine di sparare contro soldati europei, Trump potrebbe ritrovarsi in una situazione interna molto complicata”, ci ha detto un diplomatico.
L’Italia denuncia “una barzelletta” – Il governo di Giorgia Meloni ha espresso pubblicamente le sue critiche per l’operazione lanciata dalla Danimarca e da altri alleati europei in Groenlandia. “100, 200 300 soldati di qualunque nazionalità in Groenlandia cosa fanno? Sembra l’inizio di una barzelletta”, ha ironizzato ieri il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Non è una gara a chi manda i soldati in giro per il mondo. Il nostro è un atteggiamento razionale - quello che si deve avere nelle situazioni internazionali - per cui abbiamo chiesto che fosse la Nato a coordinare, il che mi sembra una proposta di buonsenso”, ha detto il ministro italiano. “Noi dobbiamo fare in modo di unire sempre di più e spaccare sempre di meno”, ha aggiunto Crosetto, accusando di fatto gli altri europei di dividere l’Alleanza atlantica. Per l’Italia, “la soluzione migliore, se c’è qualcosa da fare là (in Groenlandia), è che sia una decisione presa dalla Nato in modo tale che non venga vista contro nessuno o come tentativo di spaccare in gruppi sempre più piccoli”.
Macron denuncia il nuovo colonialismo, von der Leyen vuole lavorare con gli Stati Uniti – Senza menzionare Donald Trump, il presidente francese, Emmanuel Macron, ieri ha denunciato “un nuovo colonialismo all’opera” in un discorso davanti alle forze armate. Lo scenario peggiore sulla Groenlandia non è ancora escluso. “Un intervento militare Usa in Groenlandia sarebbe un disastro dal nostro punto di vista. Un conflitto o un tentativo di annessione del territorio di uno Stato membro della Nato da parte di un altro Stato membro della Nato, in particolare gli Stati Uniti, sarebbe la fine del mondo come lo conosciamo”, ha avvertito il premier polacco, Donald Tusk. A Cipro per incontrare la presidenza di turno dell’Ue, Ursula von der Leyen ha assicurato che la Groenlandia “può contare su di noi politicamente, economicamente e finanziariamente”. Per la presidente della Commissione, “’Artico e la sicurezza dell’Artico sono questioni chiave per l’Ue”. Ma von der Leyen vuole continuare a lavorare “sulla sicurezza nell’Artico con tutti i nostri partner, inclusi gli Stati Uniti”.
Geopolitica
Cambio di regime in Iran? - La presidente della Commissione ha suscitato sorpresa durante la sua conferenza stampa a Limassol con un commento sull’Iran. Interrogata su cosa l’Ue potesse fare per aiutare il popolo iraniano che protesta contro il regime, oltre all’aggiunta di nuove sanzioni nel quadro delle violazioni dei diritti umani, von der Leyen ha risposto: “Le sanzioni stanno avendo effetto. Quindi non le accantonerei. Hanno il loro effetto. Stanno indebolendo il regime, e le sanzioni aiutano a spingere perché questo regime giunga al termine, e perché ci sia un cambiamento. Alla fine, sono il popolo iraniano, che lotta coraggiosamente per un cambiamento, a godere del nostro pieno sostegno politico. Ci chiedono anche di inserire nella lista nera non solo, come abbiamo già fatto, le Guardie Rivoluzionarie Islamiche, ma anche altri responsabili delle atrocità. E sì, lo faremo”. Questa posizione contraddice completamente la linea politica della Commissione fino a oggi. Il cambio di regime non era all’ordine del giorno, aveva dichiarato solo questa settimana la portavoce capo Paula Pinho. E per quanto riguarda la sua assicurazione che la Forza dei Guardiani della Rivoluzione Islamica avrebbe subito il peso delle nuove sanzioni Ue: giovedì, gli Stati membri non sono riusciti nemmeno a concordare sulla designazione di questo pilastro chiave del regime iraniano come organizzazione terroristica.
L’Ue taglia il tetto al prezzo del petrolio russo - La Commissione ieri ha annunciato un taglio al tetto sul prezzo del petrolio russo, grazie all’applicazione per la prima volta di un nuovo meccanismo automatico e dinamico di adeguamento. A partire dal primo febbraio, il nuovo tetto massimo passerà da 47,60 dollari a 44,10 dollari al barile, dopo che era già stato abbassato dai 60 dollari fissati inizialmente dal G7. Il nuovo meccanismo garantisce che il tetto massimo sia sempre inferiore del 15 per cento rispetto al prezzo medio di mercato del greggio Urals nelle 22 settimane precedenti. Gli operatori dell’Ue sono autorizzati a fornire trasporto marittimo e servizi correlati per il petrolio greggio e i prodotti petroliferi russi solo se venduti a un prezzo pari o inferiore ai relativi tetti massimi di prezzo. “Limitare le entrate energetiche della Russia è sempre stata, e rimarrà, una priorità assoluta per l’Ue, al fine di indebolire la capacità di Mosca di condurre la sua illegale guerra di aggressione contro l’Ucraina”, ha detto la Commissione.
Una nuova Strategia Europea di Sicurezza - Che differenza fanno una pandemia, una guerra russa e un presidente americano ostile all’Ue! Sei anni dopo aver presentato la sua Strategia dell’Unione della Sicurezza dell’Ue, la Commissione Europea sta ora avviando i lavori su una nuova Strategia Europea di Sicurezza, come annunciato giovedì a Limassol dalla presidente Ursula von der Leyen. In effetti, il documento presentato da Margaritis Schinas (all’epoca vicepresidente per la Promozione del nostro stile di vita europeo) e Ylva Johansson (all’epoca commissaria per gli Affari interni) il 24 luglio 2020 sembra appartenere a un’altra era. Cybercriminalità, terrorismo, criminalità organizzata e radicalizzazione erano le “minacce alla sicurezza transfrontaliere e trasversali sempre più complesse” che la Commissione aveva nel mirino. Ma cosa succederebbe se von der Leyen puntasse a un altro documento chiave: la Bussola Strategica per la Sicurezza e la Difesa del 23 marzo 2022? Questo “piano d’azione ambizioso per rafforzare la politica di sicurezza e difesa dell’Ue entro il 2030” era stato redatto dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna sotto Josep Borrell, predecessore di Kaja Kallas, attuale Alta Rappresentante dell’Ue per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza. Von der Leyen sta forse pianificando di invadere nuovamente le competenze di Kallas, immischiandosi in questioni di politica estera e di sicurezza? La presidente non ha dato alcuna indicazione sulle sue idee per la nuova Strategia di Sicurezza. “All’inizio del lavoro, non è saggio” parlare di contenuti o ambito, ha dichiarato.
Riarmo
Von der Leyen annuncia l’approvazione dei primi 8 piani Safe - La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, dei primi otto piani presentati dagli Stati membri per ottenere i prestiti dello strumento di acquisti congiunti SAFE. “L’anno scorso, l’Ue ha compiuto più progressi nel campo della difesa rispetto ai decenni precedenti (...). Questo include i 150 miliardi di euro per gli appalti congiunti, il programma SAFE. Oggi, i primi 8 piani su 19 sono stati approvati dal collegio. Ora è urgente che il Consiglio approvi questi piani per consentire un’erogazione rapida”, ha detto von der Leyen in una conferenza stampa a Limassol. “Se le cose procederanno rapidamente, potremmo stabilire un record: dalla proposta di SAFE al Collegio fino all’erogazione, ci vorrà solo un anno. Sarebbe fantastico”, ha aggiunto. Gli otto piani valgono 38 miliardi di euro di prestiti. I primi esborsi (un prefinanziamento del 15 per cento) potrebbero arrivare a febbraio.
Migranti
Ingressi irregolari in calo del 26 per cento nel 2025 - L’Ue può cantare vittoria nella sua lotta contro l’immigrazione irregolare? I responsabili politici della Commissione sicuramente useranno i dati pubblicati ieri da Frontex, l’Agenzia europea di guardia costa e guardia frontiera, per rivendicare un successo. I rilevamenti di attraversamenti irregolari alle frontiere esterne dell’Ue sono diminuiti del 26 per cento nel 2025, attestandosi a quasi 178.000. Si tratta di meno della metà del totale registrato nel 2023 e il livello più basso dal 2021. “La tendenza si sta muovendo nella giusta direzione, ma i rischi non scompaiono”, ha detto il direttore esecutivo di Frontex, Hans Leijtens. “Questo calo dimostra che la cooperazione può dare risultati. Non è un invito ad allentare la presa. La nostra responsabilità è rimanere vigili, supportare gli Stati membri sul campo e garantire che l’Europa sia pronta ad affrontare le nuove sfide alle sue frontiere”. I cali più significativi sono stati registrati nella rotta del Mediterraneo orientale (meno 27 per cento), alla frontiera orientale (meno 37 per cento), nei Balcani occidentali (meno 42 per cento) e nella rotta dell’Africa occidentale (meno 63 per cento). Per contro la rotta del Mediterraneo occidentale ha registrato un aumento del 14 per cento, mentre la rotta del Mediterraneo centrale è rimasta sostanzialmente stabile (meno 1 per cento).
L’Italia rimane la porta dell’Europa - Da quando Giorgia Meloni è arrivata al potere, e la Commissione ha seguito la sua strategia di firmare accordi con i paesi di transito da cui partono i migranti verso l’Europa, la crisi migratoria sembra essere meno acuta. Ma i dati raccontano una storia diversa. L’Italia rimane la prima porta di ingresso dell’Ue, malgrado l’accordo con la Tunisia e la cooperazione con le diverse fazioni in Libia. E’ soprattutto questo secondo paese ad alimentare i flussi verso l’Italia. “Nel 2025, il Mediterraneo centrale è rimasto la rotta migratoria più attiva verso l’Ue, con livelli di rilevamento sostanzialmente in linea con quelli del 2024. Le partenze dalla Libia hanno continuato a essere un fattore chiave per i movimenti verso l’Italia”, ha spiegato Frontex. L’agenzia ha registrato oltre 66 mila attraversamenti di frontiera irregolari. Le tre principali nazionalità dei migranti arrivati in Italia sono Bangladesh, Egitto ed Eritrea. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, almeno 1.878 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2025.
Antitrust
Meno aiuti di Stato nel 2024 - Nel 2024 gli Stati membri dell’Unione europea hanno ridotto i loro aiuti di Stato a 168,23 miliardi rispetto ai 203,34 dell’anno precedente, secondo lo Scoreboard 2025 pubblicato ieri dalla Commissione. Le misure di aiuto per la crisi legate all’invasione russa dell’Ucraina e alla pandemia di Covid-19 hanno continuato a essere gradualmente eliminate. La spesa totale per gli aiuti in caso di crisi è diminuita a 16,33 miliardi di euro, con una riduzione del 67% rispetto all’anno precedente, con aiuti concentrati principalmente sulla gestione delle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina. La Commissione rivendica il fatto che il 90 per cento degli aiuti di Stato siano stati destinati alle priorità dell’Ue: 68,82 miliardi alla tutela dell’ambiente e al risparmio energetico, 14,16 miliardi per la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione, e 4,59 miliardi per la banda larga. Da notare che tra le priorità dell’Ue rientra l’agricoltura, a cui sono stati concessi aiuti di Stato per 10,43 miliardi di euro, oltre ai sussidi garantiti dalla Politica agricola comune e da altri programmi del bilancio comunitario.
Sedie musicali
Il Parlamento si intromette nella nomina del vicepresidente della Bce - Il gesto è inusuale e al di fuori delle regole informali. La commissione Affari economici del Parlamento europeo ha tenuto uno scambio di opinioni informali con i candidati alla carica di vicepresidente della Bce ed ha indicato due nomi preferiti. La nomina spetta al Consiglio europeo, su indicazione dei ministri delle Finanze dell’Ue e della zona euro. L’Eurogruppo procederà a una serie di voti indicativi sui sei candidati (il portoghese Mário Centeno, il lettone Mārtiņš Kazāks, l’estone Madis Müller, il finlandese Olli Rehn, il lituano Rimantas Šadžius e il croato Boris Vujčić). I coordinatori della commissione Affari economici del Parlamento europeo hanno indicato il lettone Kazāks e il portoghese Centeno. “Non influenza il processo”, ci ha detto una fonte del Consiglio dell’Ue.
Cipro
L’ingresso nella Nato contro più integrazione della Turchia nell’Ue – Durante la visita di Ursula von der Leyen e del suo collegio dei commissari ieri a Limassol, il presidente cipriota, Nikos Christodoulidīs, ha detto sperare che Cipro entri a far parte dell’area Schengen già quest’anno. “Abbiamo avuto l’opportunità di discutere con il Presidente della Commissione della preparazione della Repubblica di Cipro per la piena adesione allo spazio Schengen. Ho ringraziato il Presidente per il sostegno della Commissione e confidiamo in ulteriori progressi sostanziali e in una conclusione positiva nel 2026”, ha spiegato Christodoulidīs. Il principale argomento è che la Repubblica cipriota non ha un solo movimento secondario verso il resto dell’area di libera circolazione senza controlli alle frontiere dell’Ue. Schengen non è il solo tema di interesse nazionale di cui Christodoulidīs deve aver discusso con Ursula von der Leyen. Il presidente cipriota ha in mente una proposta dirompente che tocca i rapporti con la Turchia, che occupa una parte dell’isola. La sua idea è un pacchetto di soluzioni che permetta a Cipro di entrare nella Nato e alla Turchia di avvicinarsi di più all’Ue. Christodoulidīs ne ha già discusso con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e altri leader europei.
Accade oggi
Consiglio europeo e Commissione: i presidenti Costa e von der Leyen in Brasile incontrano il presidente Lula
Parlamento europeo: la presidente Metsola in visita a Vienna incontra il cancelliere austriaco, Christian Stocker
Parlamento europeo: briefing pre-sessione
Eurostat: dati sulle emissioni industriali nel 2023; dati su nuove imprese e fallimenti a novembre



